Black Mirror 3×01: Nosedive

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Caro Charlie Brooker, ho visto la prima puntata della terza stagione di Black Mirror e mi è sembrata fiacca come uno sketch di Zelig. Tecnicamente avevo visto prima la quarta, la tanto osannata San Junipero. Osannata credo perché ci fossero gli anni ’80, la nuova Golden Age dell’immaginario popolarcapitalista.

Sulla prima puntata, ma anche su tutta la stagione, ho sentito pareri contrastanti: reazioni allergiche alla tecnologia dominante o reazioni annoiate. La mia credo sia stata 3/4 annoiata, 1/4 allergica.

Caro Charlie, voli oltreoceano e cosa fai? Ci propini la solita versione dell’America anni ’50 tutta villette a schiera, sorrisi finti e colori pastello, tutte cose che vediamo praticamente da 30 anni (casualmente proprio dagli anni ’80), come critica floscissima del sogno americano? Almeno le nebbie inglesi erano esotiche e stranianti abbastanza da riempirci di angoscia.

E poi? Ci fai vedere praticamente Facebook tra due anni, tre al massimo. Faceva impressione. Anche se potevi impegnarti di più, non era niente di troppo oltre. Era efficace, io per prima sono un po’ nel loop della popolarità social, ma non c’era nessun salto mentale e quantistico pazzesco. Hai fatto un’ipotesi a breve termine. Hai trovato una soluzione facile, aggiunto un po’ di pessimismo alla realtà o forse a una versione già mediatica della realtà.

E poi? Scrivi (scrivete) una sceneggiatura che già dal titolo è la solita storia di una catastrofe, che parte bene e finisce a schifìo. Charlie, abbiamo già visto anche questa, una sequela infinita di catastrofi che può finire solo in due modi. Con una presa di coscienza della protagonista che diventa una persona meglio e si libera dalle convenzioni sociali oppressive o con una vittoria della protagonista sulla sfiga grazie alla sua volontà di ferro.

Ma soprattutto: ci vieni a fare la morale? Quando eri ancora un inglese pazzo ci raccontavi delle storie terrificanti. Sì costruite, girate e messe in scena, ma mai hai puntato il ditino. Era questo che ci piaceva. Ci mostravi una storia, verosimile, sia negli sviluppi tecnologici futuri, che nelle reazioni dei personaggi. Erano storie veramente terrificanti.
In questa puntata invece è tutto un giudicare il sistema di votazione e le scelte della protagonista, un inneggiare sce-ma! sce-ma!

Ci sono i buoni e i cattivi, nettamente riconoscibili e in maniera anche piuttosto americanoide, aggiungerei.
Il fratello e la camionista sono la coscienza critica, gli outsider e non sono che dei meri tramiti dei pensieri degli spettatori. Criticano la protagonista, mettono in luce l’assurdità del sistema delle votazioni.
In sostanza fanno parte dei buoni.
Naomi e tutta la sua cricca matrimoniale invece fanno parte dei cattivi, proprio cattivi dentro, marci e ipocriti. Così esplicitamente cattivi da risultare ridicoli.
Lacie, la protagonista che si chiama come un hard disk, si pone in mezzo tra starci e non starci, facile identificarsi con lei. È attratta dal sistema e dai suoi vantaggi ma ha qualche difficoltà ad adattarvisi e infatti alla fine sbarella e scopre che è meglio. Molto illuminante, davvero.

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